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Archive for the ‘Ipse dixit’ Category

@Mentana.Bravo Fini: ora in Italia anche la Destra è Antifascista.

settembre 20, 2008 Lascia un commento

La scelta del leader di AN è chiara, fin dal congresso di Fiuggi del ‘95. Ecco i meriti di questa lunga marcia

CARO MENTANA,
finalmente qualcuno che in An ha ancora la testa a posto. Ci voleva Fini a ricordare che l’antifascismo dev’essere un valore per tutti, a sinistra ma anche a destra.
Monica RossoniSono un militante di destra e francamente non capisco Fini. Come fa a rinnegare così le sue e le nostre radici?
Luca66

Fini ha ultimato la sua lunga marcia con le dichiarazioni di sabato 13 settembre. Ma chi lo segue dal congresso di Fiuggi del 1995 sa quanto difficile e meritorio sia stato questo suo processo di progressiva sintonizzazione con l’idea comune di libertà e di democrazia.
Ci ha portato gradualmente il suo partito, perdendo pezzi e affrontando critiche e esami non sempre disinteressati e sereni. Tanti a dire che non bastava, che non era sincero, che lo faceva per poter essere accettato come uomo di governo. Perché qualche dubbio poteva legittimamente esserci, soprattutto perché a tanti, non solo a sinistra, faceva comodo che un Fini, e un partito di peso come An, restassero almeno in parte sotto ipoteca.
Ma, siccome da ormai più di un decennio leader e partito sono sotto gli occhi di tutti, e Fini ha assunto ruoli di primo piano, vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri, costituente europeo, e ora presidente della Camera, si capisce sempre meno il senso di questi esami, e spesso anche la competenza degli esaminatori a svolgerli. Tant’è che personalmente ho smesso da tempo di appassionarmi a dispute come quelle occasionate dalle parole recenti di Alemanno e La Russa, visto che la scena è sempre la stessa: esponenti più o meno autorevoli della destra pronunciano frasi non perentoriamente antifasciste; da più parti si levano reazioni indignate; i giornali contattano anziani capi partigiani ed esponenti delle comunità ebraiche per ristabilire la verità storica; gli esponenti sotto critica spiegano che non volevano certo mettere in discussione le basi della nostra democrazia; dalla destra estrema qualcuno li accusa di svendere il patrimonio storico del fascismo; sipario che si chiude con la messa a punto di Fini o con la citazione delle sue svolte sul tema… Leggi tutto…

Se uno così si uccide noi come faremo? Daria Bignardi #9

settembre 17, 2008 2 commenti

Ritorna l’appuntamento con la Rubrica barbarica, questa settimana Daria Bignardi scrive un’accorata riflessione sulla scomparsa dello scrittore David Foster Wallace, suicidatosi la scorsa settimana.
Per rimanere nel clima di grandi nomi contemporanei, l’intervista a un grande regista contemporaneo, Julian Schanabel, che con il suo ultimo film ” Lo scafandro e la farfalla” è riuscito ad offrire dei nuovi punti di riflessione sulla tematica della malattia e che ha fatto vincere a Schanabel il premio di miglior regista lo scorso anno a Cannes (2007).

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mercoledì, 17 settembre 2008

Se uno così si uccide noi come faremo?

Dopo il suicidio di David Foster Wallace, ci resta una domanda. Senza risposta

Quando domenica pomeriggio ho saputo che David Foster Wallace era stato trovato impiccato a casa sua, in California, mi sono sentita come se fosse morto il più brillante dei  miei amici, il più lucido, geniale, il più simpatico, bravo, spiritoso, il più talentuoso e divertente: quello dal quale mai e poi mai avrei potuto aspettarmi niente del genere. Mi sono sentita persa. Ho telefonato al mio compagno di banco del liceo che il giorno prima avevo rivisto a Ferrara: avevamo parlato dei film di Venezia, dei nostri vecchi compagni che non vediamo da trent’anni, del diario di Jacovitti del 1976 con sopra scritte le canzoni di De Gregori e De André.
Non era un caso se io e Bobo eravamo stati così amici: avevamo gli stessi gusti, anche se lui era molto più raffinato di me, che sul diario ricopiavo anche qualche canzone di Cocciante mentre lui già ascoltava i Pink Floyd e Peter Hammill. Non avevamo parlato di libri, ma quando ho letto su Internet di Wallace l’ho chiamato subito, senza sapere se avesse mai letto qualcosa di suo: mi ha risposto sconvolto che aveva saputo e che non riusciva a pensare ad altro. Che dopo aver finito di leggere Infinite Jest, il capolavoro di 1.400 pagine di David Foster Wallace, si era sentito perso perché avrebbe voluto non finisse mai. Io avevo pensato la stessa cosa leggendo i racconti della Ragazza dai capelli strani, che Minimum fax doveva ripubblicare il mese prossimo: «Questo è genio assoluto».
Leggere Wallace voleva dire che tutto il resto poi ti sembrava una pappetta, perché le sue descrizioni, i dialoghi, i personaggi, le storie erano al tempo stesso follemente originali e normali. Ci ritrovavi tutto: lo sguardo stupito, curioso, angosciato su questo presente folle che avevi anche tu, sulle dipendenze, la televisione, il potere, i punk, gli omosessuali, l’amore. Solo che lui sapeva raccontare storie e descrivere personaggi come nessuno. David Foster Wallace era uno di noi, classe 1962. Aveva avuto un successo pazzesco, anche se non era tipo da classifiche, ma continuava ad andarsene in giro con l’aria da Lebowski, la bandana annodata sui capelli lunghi e la faccia facciosa da nerd americano. Aveva scelto di insegnare in una piccola facoltà in California, niente di prestigioso, pur di starsene per i fatti suoi con sua moglie e la sua scrittura. La sua ultima raccolta di romanzi brevi, Oblio, aveva quattro anni.
Quando si uccide uno scrittore, uno scrittore unico come David Foster Wallace, il mondo trema. Primo Levi, Cesare Pavese, Ernest Hemingway, Sylvia Plath, Virginia Woolf, Mishima… tutti grandi. Ma David era diverso. Era uno che ci provava, che non indulgeva nella sofferenza, nell’eccesso, nell’assolutismo, uno che sapeva scrivere ma sapeva anche ridere. «Era un cazzone come me», ha detto il mio amico Bobo, sul punto di piangere. Se uno come David Foster Wallace si ammazza, come faremo noialtri ad andare avanti?
Forse ha scoperto che era malato, e non ha voluto soffrire. È l’unica spiegazione che posso accettare. Accidenti, David.

di Daria Bignardi da Vanity Fair n° 38/2008

 

Obama o McCain? Risponde Enrico Mentana!

settembre 12, 2008 Lascia un commento

Quest’oggi diamo inizio a un nuovo spazio sull’attualità con uno dei maggiori giornalisti italiani, cioé Enrico Mentana che settimanalmente risponde alle domande dei lettori di Vanity Fair. Quindi, da questa settimana la posta ad Enrico Mentana avrà come indirizzo SecondsidE.

Il favorito non è Obama (vedi alla voce Prodi e Berlusconi)

Dietro l’entusiasmo italiano per Barack, il sogno di un cambiamento che non sappiamo mettere in atto

 CARO MENTANAmi era piaciuta la candidatura di Mc- Cain, un cane sciolto, lontano dagli errori di Bush e, mi sembrava, un moderato. Ma la vice mi lascia perplesso. Riusciranno a vincere? E se devono essere un’amministrazione guerrafondaia, non sarà meglio Obama?
Gianluigi, provincia di Bologna

Prendo spunto da questa e da tante altre lettere sulle elezioni americane per notare come il nostro angolo visuale, nostro di italiani ed europei, sia spesso fuorviante. Lo fu quando davamo per scontata l’elezione di Gore dopo Clinton, e quando Kerry veniva indicato come «l’uomo giusto» per battere Bush, il cattivo che aveva fatto la guerra in Iraq. Il fatto è che gli editorialisti e i tifosi europei e soprattutto italiani sognano invariabilmente un capo della Casa Bianca fatto a nostro gusto, o per meglio dire tale da impersonare i connotati del modello statunitense che piace a noi, per valori, stili di vita e adesione all’American Dream.
Sta succedendo la stessa cosa con Obama, giovane aitante e nero, kennediano e outsider. Così per noi in America dovrebbe stravincere lui, mentre per noi stessi, chissà perché, abbiamo scelto Berlusconi e prima Prodi, né l’uno né l’altro minimamente accostabili al candidato democratico. Sogniamo per loro il cambiamento che non vogliamo, o non siamo in grado di fare noi. È quella che potremmo definire la «sindrome Woody Allen »: adoriamo i suoi film molto più del pubblico americano, e ci chiediamo come mai invece negli Usa sia molto meno considerato; poi però anche noi preferiamo i cinepanettoni. Per noi del resto l’America è la New York di Manhattan, la Boston dei Kennedy e di Harvard, la Chicago di Obama, la San Francisco delle libertà sessuali e la Hollywood degli attori ultrademocratici. È Spielberg e vere che Sarah Palin ha voluto far nascere quella creatura per ragioni di immagine, per ottenere la candidatura. Sia chiaro: tutte queste distorsioni della campagna americana «vista da lontano» non spostano un solo voto. Negli Usa non si curano dei nostri giudizi. Ve li segnalo solo perché tra poco comincerà il «contrordine», e un po’ tutti saranno costretti a dire che, sì, Obama è fortis- Bill Gates, Washington Post e – ovviamente Vanity Fair.Gli americani conoscono bene questo nostro difetto, questo wishful thinking (direbbero loro), questa pia illusione che scambia le previsioni con le speranze, le élites con l’opinione pubblica. Bastava leggere le entusiastiche cronache dei giornali sulla convention democratica…

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Se lo spot è sessista forse è tempo di cambiare. Daria Bignardi #8

settembre 10, 2008 Lascia un commento

Oggi Daria Bignardi parla di condizione femminile e la pubblicità; quindi, noi abbiamo deciso di accompagnare a questo articolo la prima intervista della scorsa stagione ( Le invasioni barbariche tornano il 3 ottobre alle 21.10 su La7), ma non per questo ma perché la protagonista è proprio una donna che sicuramente non si sarà schierata con le suffragette e non avrà partecipato attivamente alla vita politica di questo Paese, ma è sempre stata lì…un passo dietro il marito, il grillo parlante di un grande statista (dipende dai punti di vista): Donna Assunta Almirante. 

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mercoledì, 10 settembre 2008

Se lo spot è sessista forse è tempo di cambiare

Dopo il voto al parlamento europeo, una domanda: di chi è la colpa se continua a cucinare lei?

Ci sono cose di cui discutiamo da così tanto tempo che non ci facciamo neanche più caso: la critica ai modelli proposti dalla pubblicità, ad esempio, ormai è vecchia quasi quanto la pubblicità.
Ve lo ricordate il Canto Brasileiro di Lucio Battisti ? «Io non ti voglio più vedere intanto che cucini gli spaghetti… mentre un imbecille entrando dalla porta grida un evviva con la bocca aperta… Col dentifricio pure trasparente dove ti fanno dire che illumina la mente e mentre indossi un super super super reggiseno per casalinga tutta veleno… Ti fanno alimentare l’ignoranza fingendo di servirsi della scienza». Era il 1973. E al liceo, nel 1980, la professoressa di storia dell’arte ci faceva fare i collage con le pubblicità che usavano stereotipi femminili sessisti: casalinghe, donne oggetto, cose del genere.
Trent’anni dopo, non è cambiato niente. Se non che allora queste riflessioni potevano passare per moraliste e noiose, mentre ora appare come un dato di fatto che la pubblicità mantenga lo status quo, plasmando irrimediabilmente l’immaginario di bambini, adolescenti e adulti in maniera conservatrice e reazionaria.
Se allo zoo di Roma, una domenica mattina, si incontrano più donne in tacchi alti che in discoteca; se ogni sera a casa è la mamma che continua a preparare la cena anche se magari è appena tornata dal lavoro, è anche perché la pubblicità ha imposto i suoi modelli.
Che ci piaccia o no, che ci sembri più o meno un ragionamento trombone, così stanno le cose. Le donne, ci insegna la pubblicità, devono essere prima di tutto belle, magre e sexy. Allo stesso tempo, se hanno una famiglia, devono diventare esperte pulitrici di bagni, cucine, bucati e pavimenti. E assidue cuoche. Da qui non si scappa, femminismo o no. Più di Simone de Beauvoir poté Svelto, l’amico per i piatti.
L’etica e il ruolo della pubblicità sarebbero da rifondare da zero (tanto quanto quelli del giornalismo e della televisione, se è per quello) e la consapevolezza che ormai ce lo diciamo da trent’anni non è di grandissimo aiuto, anzi. Così mi sono chiesta se stavolta succederà qualcosa, leggendo che con 504 sì, 110 no e 22 astensioni, il Parlamento europeo il 3 settembre ha approvato una relazione che condanna la pubblicità in cui si esaltano o si approvano le discriminazioni tra i sessi, in cui si inciti alla violenza sulle donne o si propongano modelle anoressiche. «La figura della donna», raccomanda il Parlamento, «deve essere proposta e utilizzata con responsabilità e coscienza nei messaggi promozionali… Casi di bulimia nervosa e/o anoressia sono in deciso aumento tra ragazzi e, ovviamente, la percentuale più alta è tra le ragazze. In aumento anche i casi di violenza sessuale tra giovanissimi che crescono con l’immagine di donne oggetto. La pubblicità che quotidianamente accompagna ogni attività della vita comune diventa quindi un’arma pericolosa per la sua potenziale qualità discriminatoria e sessista».
La mia professoressa lo diceva già ventotto anni fa. Lucio Battisti, trentacinque.

La scuola secondo me:stipendi doppi agli insegnanti. Daria Bignardi #7

settembre 3, 2008 Lascia un commento

Questa settimana Daria Bignardi parla, dalle pagine di Vanity Fair, di scuola: argomento molto discusso negli ultimi giorni grazie alle proposte del nuovo ministro Mariastella Gelmini e maggiormente perché, anche se noi ragazzi stentiamo a crederlo, essa rappresenta la vera possibilità di formazione della società futura.

Inoltre questa settimana ha avuto inizio il campionato di calcio e quindi mai più opportuna sarebbe l’intervista a Luciano Moggi, una delle più divertenti: la Bignardi lo ha bastonato definendolo persino un mafioso…da non perdere!

Buona visione…

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mercoledì, 03 settembre 2008

La scuola secondo me: stipendi doppi agli insegnanti

E poi laurea obbligatoria, e seri corsi di formazione: una risposta alla riforma del ministro Gelmini

Il ministro Mariastella Gelmini ha gioco facile con noi nati negli anni Sessanta. Uè, Mariastèlla: ci parla di rimettere il grembiule, di tornare ai voti al posto dei giudizi, di ripristinare la bocciatura per cattiva condotta, di iniziare la scuola dopo la metà di settembre, e noi figli di Carosello siamo tutti contenti perché ci sembra di tornar bambini. Si figuri che in prima elementare io scrivevo ancora col pennino e l’inchiostro. E avevo tutti dieci, tranne in ginnastica.
Il mio fantastico maestro Eros Benetti, acceso socialista, portava in classe il televisore il giorno dell’elezione del presidente della Repubblica. E ci fumava in faccia un pacchetto di Nazionali senza filtro al giorno. Quando diceva a qualcuno che «era stupido come l’oca del falegname, che stava in Po e andava a casa a bere», nessuno si offendeva. Il maestro non si discuteva, come oggi solo la squadra del cuore: era figo e basta, nonostante la pelata, il doppiomento e le lenti spesse come fondi di bottiglia.
Però non basta tornare indietro per andare avanti. Non basterà rispolverare le tabelline e imparare Il sabato del villaggio a memoria per risolvere i problemi della scuola, che sono drammaticamente urgenti. La proposta del maestro unico fa suonare un campanello d’allarme, anzi una sirena. Non è che il grembiulino serve a coprire una realtà inaccettabile di gravi tagli alla scuola?
Io voglio credere alla sua buona fede, e pazienza per la sua professoressa siciliana che si è risentita: lei non voleva discriminare quando ha parlato di insegnanti del Nord e del Sud, ma solo segnalare situazioni critiche, vero? Da tempo ho fatto il fioretto di non credere alle dietrologie: ma la posta in gioco, se parliamo di scuola, è troppo alta. La scuola è la vita e il futuro. Non si possono accettare pastrocchi sulla testa dei nostri figli, tanto per citare il presidente che tanto la stima. Se lei è determinata come dicono, cerchi di trovare il modo di aiutarla davvero, questa scuola massacrata dalle riforme cretine e soprattutto dalla mancanza di investimenti e di visione.
La scuola non è più il luogo dove si apprende, ma un enorme parcheggio dove succede qualsiasi cosa. Qualche eroico insegnante preparato e motivato ancora resiste, e bisognerebbe dargli la medaglia come alle Olimpiadi, altro che bacchettarlo e licenziarlo. Visto che in Italia in fatto di scuola da decenni il primo che passa dice la sua, le butto lì anch’io un paio di cose che potrebbe fare, signora ministro.

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Concita o il coraggio di dire: l’astuzia non serve. Daria Bignardi#6

agosto 28, 2008 2 commenti

Questa settimana Daria Bignardi tesse le lodi della sua collega, Concita De Gregorio, ora direttrice dell’Unità. E così sempre parlando di giornalismo, l’intervista a Monica Maggioni.

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mercoledì, 27 agosto 2008

Concita, o il coraggio di dire: l’astuzia non serve

La De Gregorio direttore dell’Unità? Una buona notizia: perché è giovane, donna, e soprattutto…

Brava Concita De Gregorio, nuovo direttore dell’Unità, quotidiano fondato da Antonio Gramsci.
Congratulazioni per tutto ma soprattutto per il coraggio: prendersi una grana come un quotidiano da dirigere, in tempi di crisi nera della stampa, è scelta da temerari. Per non parlare del coraggio che ci vuole a occuparsi di un giornale come l’Unità nel periodo forse più buio e deprimente della storia del centro sinistra. Solo una donna poteva avere l’audacia per lasciare le sponde sicure di Repubblica, dove, dopo anni di gavetta al Tirreno, si era conquistata uno spazio prestigioso e invidiato, per imbarcarsi in un’avventura così difficile.
Bravo anche a Renato Soru, l’editore, che se fosse stato interessato solo al guadagno avrebbe dovuto affidare la nuova direzione non a una riformista sensibile e attenta come la De Gregorio, ma a un personaggio alla travagliodipietro, capace di fare un Libero di sinistra, l’unico quotidiano che forse oggi potrebbe fare breccia nei cuori e nei portafogli dei lettori dietrologi e giustizialisti, un segmento di cui il marketing editoriale dovrebbe ben conoscere le potenzialità d’acquisto.
Invece la De Gregorio è la scelta più sana possibile e non perché è donna, che pure non guasta, ma perché è persona giovane (compie quarantacinque anni a novembre mentre il suo predecessore Antonio Padellaro ne ha sessantadue, il direttore della Stampa sessantatré, quelli di Corriere e Repubblica sessanta) ma equilibrata, tosta ma umana, capace ma non narcisista.
Nella sua rubrica di addio a D di Repubblica

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Fingo che non ci sia, ma Ferragosto mi fa tristezza. Daria Bignardi #5

agosto 17, 2008 Lascia un commento
mercoledì, 13 agosto 2008

Fingo che non ci sia, ma Ferragosto mi fa tristezza

Ero bambina, avevo ancora un mese di vacanza davanti. Quei primi acquazzoni però non li dimentico.
Sono figlia di una maestra, quindi da piccola ho sempre fatto vacanze lunghe. Dopo un mese in campagna dai nonni e uno al mare al Lido degli Estensi, quando arrivava Ferragosto mia madre sospirava: «È finita l’estate», e si rattristava per le giornate che iniziavano ad accorciarsi. La scuola, o meraviglia, allora cominciava solo il primo ottobre (ministra Gelmini, dopo il sette in condotta e il grembiule ripristina anche quello: noi che già ti amiamoti adoreremo) e avevamo ancora un mese di vacanza, ma l’estate vera, per mia madre, era solo quel periodo torrido che in Pianura padana andava da giugno a fine luglio, quando si inizia a respirare dopo le sette di sera.
In agosto qualche acquazzone finiva per spezzare l’illusione che quelle estati interminabili non sarebbero finite mai: da allora Ferragosto mi è rimasto antipatico, e mi mette tristezza. Persino quando da ragazza ho cominciato a lavorare, e i primi tempi che ero dipendente avevo solo due settimane di vacanza in agosto, non lo amavo, perché è sempre rimasto sinonimo di fine ingloriosa.
Gli ansiosi si preoccupano sempre in tempo, per portarsi avanti e non farsi sorprendere dalla malinconia. Non ricordo di essermi mai divertita a Ferragosto, dopo i 15 anni. A 13, ho un vago ricordo di entusiasmanti gavettoni al Bagno Moderno, ma da allora non ho mai saputo evitare la tristezza del picnic o della gita di Ferragosto. E anche se lo ignoro, e fingo che non ci sia, mi mette malinconia lo stesso.
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