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@Mentana.Bravo Fini: ora in Italia anche la Destra è Antifascista.

La scelta del leader di AN è chiara, fin dal congresso di Fiuggi del ‘95. Ecco i meriti di questa lunga marcia

CARO MENTANA,
finalmente qualcuno che in An ha ancora la testa a posto. Ci voleva Fini a ricordare che l’antifascismo dev’essere un valore per tutti, a sinistra ma anche a destra.
Monica RossoniSono un militante di destra e francamente non capisco Fini. Come fa a rinnegare così le sue e le nostre radici?
Luca66

Fini ha ultimato la sua lunga marcia con le dichiarazioni di sabato 13 settembre. Ma chi lo segue dal congresso di Fiuggi del 1995 sa quanto difficile e meritorio sia stato questo suo processo di progressiva sintonizzazione con l’idea comune di libertà e di democrazia.
Ci ha portato gradualmente il suo partito, perdendo pezzi e affrontando critiche e esami non sempre disinteressati e sereni. Tanti a dire che non bastava, che non era sincero, che lo faceva per poter essere accettato come uomo di governo. Perché qualche dubbio poteva legittimamente esserci, soprattutto perché a tanti, non solo a sinistra, faceva comodo che un Fini, e un partito di peso come An, restassero almeno in parte sotto ipoteca.
Ma, siccome da ormai più di un decennio leader e partito sono sotto gli occhi di tutti, e Fini ha assunto ruoli di primo piano, vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri, costituente europeo, e ora presidente della Camera, si capisce sempre meno il senso di questi esami, e spesso anche la competenza degli esaminatori a svolgerli. Tant’è che personalmente ho smesso da tempo di appassionarmi a dispute come quelle occasionate dalle parole recenti di Alemanno e La Russa, visto che la scena è sempre la stessa: esponenti più o meno autorevoli della destra pronunciano frasi non perentoriamente antifasciste; da più parti si levano reazioni indignate; i giornali contattano anziani capi partigiani ed esponenti delle comunità ebraiche per ristabilire la verità storica; gli esponenti sotto critica spiegano che non volevano certo mettere in discussione le basi della nostra democrazia; dalla destra estrema qualcuno li accusa di svendere il patrimonio storico del fascismo; sipario che si chiude con la messa a punto di Fini o con la citazione delle sue svolte sul tema…
Siccome da 60 anni l’Italia è un Paese democratico, e noi in questo Stato libero ci siamo nati, non c’è proprio nessuno che può pensare di scalfire questa nostra libertà, così come non è successo a nessuno dei Paesi che dopo il 1945 hanno scelto la democrazia rappresentativa e la libertà di mercato. La storia non torna indietro, e la forza del progresso tecnologico coniugata con la globalizzazione ha cementato tutte le nostre libertà.
Certo, sentiremo bollare come fascista chi cercherà di censurare un programma scomodo, o di imporre qualche misura di sicurezza troppo drastica. Ma il fascismo è stato un’altra cosa, un regime compiutamente autoritario, che abolì diritti fondamentali, a cominciare da quelli di voto e di espressione, che ci mandò in guerra per acquisizioni coloniali, che promulgò le leggi razziali, che entrò a fianco di Hitler in un conflitto mondiale. Nessun italiano può seriamente rivendicare nemmeno in parte una sola di queste scelte.
La questione vera allora è un’altra. Che quel regime durò vent’anni, nacque da un partito che, finché si poteva votare, aveva un seguito ragguardevole, e che con il passare degli anni ottenne un consenso ampio, perché portatore di una serie di parole d’ordine coinvolgenti in un Paese che cercava di crescere dopo gli anni terribili della prima guerra mondiale e del dopoguerra.
Insomma, milioni e milioni di italiani furono fascisti e crebbero col fascismo. Coltivarono, orientati dalla propaganda, un orgoglio e un patriottismo diffuso per quell’Italia fascista. Era l’unica Italia, per loro. Quanti erano? Diciamo per comodità anche solo metà degli italiani? La guerra portò il resto: la disillusione, ma anche le ferite del crollo del regime, il voltafaccia del re, l’8 settembre, la «morte della Patria», il Paese invaso a Nord dai tedeschi e a Sud dagli alleati, la Repubblica Sociale imposta da Hitler e la guerra civile con i partigiani, embrione della nuova Italia.
Quando tutto finì, quegli italiani c’erano ancora. Hanno portato con sé le loro storie e le loro esperienze, hanno taciuto, o forse no, con i loro figli e nipoti, hanno votato per i partiti di massa o forse hanno riposto la loro nostalgia nel Movimento Sociale, e hanno pensato dentro di sé che forse non tutto in quei vent’anni della loro vita era stato da buttar via. Per tutti noi altri è sempre stato facile liquidare i conti col fascismo: saremmo stati antifascisti, confinati, partigiani, avremmo osannato gli angloamericani, con il nostro senno di poi. Fini ci ha messo più di dieci anni a portare allo stesso senno di poi anche tutti gli altri. Vi sembra poca cosa?

 

 

 

Su Vanity Fair n. 38/2008

 

 

 

 

 

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