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Obama o McCain? Risponde Enrico Mentana!

Quest’oggi diamo inizio a un nuovo spazio sull’attualità con uno dei maggiori giornalisti italiani, cioé Enrico Mentana che settimanalmente risponde alle domande dei lettori di Vanity Fair. Quindi, da questa settimana la posta ad Enrico Mentana avrà come indirizzo SecondsidE.

Il favorito non è Obama (vedi alla voce Prodi e Berlusconi)

Dietro l’entusiasmo italiano per Barack, il sogno di un cambiamento che non sappiamo mettere in atto

 CARO MENTANAmi era piaciuta la candidatura di Mc- Cain, un cane sciolto, lontano dagli errori di Bush e, mi sembrava, un moderato. Ma la vice mi lascia perplesso. Riusciranno a vincere? E se devono essere un’amministrazione guerrafondaia, non sarà meglio Obama?
Gianluigi, provincia di Bologna

Prendo spunto da questa e da tante altre lettere sulle elezioni americane per notare come il nostro angolo visuale, nostro di italiani ed europei, sia spesso fuorviante. Lo fu quando davamo per scontata l’elezione di Gore dopo Clinton, e quando Kerry veniva indicato come «l’uomo giusto» per battere Bush, il cattivo che aveva fatto la guerra in Iraq. Il fatto è che gli editorialisti e i tifosi europei e soprattutto italiani sognano invariabilmente un capo della Casa Bianca fatto a nostro gusto, o per meglio dire tale da impersonare i connotati del modello statunitense che piace a noi, per valori, stili di vita e adesione all’American Dream.
Sta succedendo la stessa cosa con Obama, giovane aitante e nero, kennediano e outsider. Così per noi in America dovrebbe stravincere lui, mentre per noi stessi, chissà perché, abbiamo scelto Berlusconi e prima Prodi, né l’uno né l’altro minimamente accostabili al candidato democratico. Sogniamo per loro il cambiamento che non vogliamo, o non siamo in grado di fare noi. È quella che potremmo definire la «sindrome Woody Allen »: adoriamo i suoi film molto più del pubblico americano, e ci chiediamo come mai invece negli Usa sia molto meno considerato; poi però anche noi preferiamo i cinepanettoni. Per noi del resto l’America è la New York di Manhattan, la Boston dei Kennedy e di Harvard, la Chicago di Obama, la San Francisco delle libertà sessuali e la Hollywood degli attori ultrademocratici. È Spielberg e vere che Sarah Palin ha voluto far nascere quella creatura per ragioni di immagine, per ottenere la candidatura. Sia chiaro: tutte queste distorsioni della campagna americana «vista da lontano» non spostano un solo voto. Negli Usa non si curano dei nostri giudizi. Ve li segnalo solo perché tra poco comincerà il «contrordine», e un po’ tutti saranno costretti a dire che, sì, Obama è fortis- Bill Gates, Washington Post e – ovviamente Vanity Fair.Gli americani conoscono bene questo nostro difetto, questo wishful thinking (direbbero loro), questa pia illusione che scambia le previsioni con le speranze, le élites con l’opinione pubblica. Bastava leggere le entusiastiche cronache dei giornali sulla convention democratica…

e qulle molto più fredde sulla conventio repubblicana, Obamma trattato come una rockstar e McCain come un dinosauro, Hillary Clinton come uno spirito indomito ma alla fine leale, e Sah Palin come un espediente, una pezza a colore messa lì per nascondere il grigiore continuista del candidato repubblicano. Dell’intervento di Obama si è parlato con ammirazione, come fosse il discorso kennediano sulla Nuova Frontiera, o l’I have a dream di Martin Luther King; quello di McCain è stato relegato come una relazione notarile. All’indomani della convention democratica veniva sparata la notizia che il discorso di Obama era stato il più seguito della storia della tv americana, 38,4 milioni di telespettatori, “più dell’Olimpiade”. Solo con una lente d’ingrandimento è stato possibile leggere la notiziola che il vecchio bollito McCain lo aveva batttuto, con 38,9 milioni. Non solo, anche l’intervento della sconosciuta palin aveva fattp uno sfacello di ascolti, più di 37 milioni: ma quest’ultimo dato è rimasto proprio inedito.
La Palin è l’esempio più clamoroso di questo strabismo nostrano: diciamo di ammirare Obama peché è l’emblema del popolo afroamericano finalmente emancipato, e poi riempiamo di critiche saccenti la governatrice dell’Alaska perché porta i tacchi alti o esibixce il suo quinto figlio, che è Down.
Dovrebbe presentarsi in ciabatte e nascondee quel frutto d’amore, perché ai nostri commentatori dà fastidio vedere un bimbo Down? Qualcuno arriverà anche a scrivere

Da Vanity Fair n. 37/2008

 che Sarah Palin ha voluto far nascere quella creatura per ragioni di immagine, per ottenere la candidatura.
Sia chiaro: tutte queste distorsioni della campagna americana «vista da lontano» non spostano un solo voto. Negli Usa non si curano dei nostri giudizi. Ve li segnalo solo perché tra poco comincerà il «contrordine», e un po’ tutti saranno costretti a dire che, sì, Obama è fortissimo, ma l’America profonda ha ancora paura di volare, di voltare pagina… La verità è che nel campo repubblicano ha prevalso l’uomo che è stato più lontano dall’ormai odiata presidenza Bush, l’eroe del Vietnam che non si è mai piegato all’ establishment  di Washington e che quindi può impostare la sua campagna come se fosse un candidato di discontinuità rispetto all’attuale Casa Bianca. Per di più ha saputo scegliere una vice giovane, donna e già alla guida di uno Stato, il più lontano dalla Capitale e il più importante per la questione che più sta a cuore all’America oggi, quella energetica. E che impersona tutto quello che la “moral Majority”, risulta decisiva nelle scorse due elezioni, vorrebbe: donna di successo ma devota alla famiglia e alla vita, fino alla scelta più difficile.
Anch’io, se fossi americano, voterei per Obama: ma credo che il favorito non sia lui. 

 

 

 

 

 

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