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E voi vorreste vivere come Eluana? Daria Bignardi #1

Con questo post, do inizio a un nuovo percorso di SecondSide, un appuntamento settimanale con l’opinione di Daria Bignardi dalle pagine di Vanity Fair con la rubrica barbarica e poi un intervista dalle Invasioni Barbariche, in attesa della nuova stagione.

Questa settimana, propongo l’intervista ad Erri De Luca, famoso scrittore e persona veramente eccezionale…(buona visione)!

Vodpod videos no longer available. L’articolo di questa settimana porta a interrogarsi sulla vicenda di Eluana Englaro, su un tema come quello del testamento biologico e sul rapporto politica-giustizia.

E voi vorreste «vivere» come Eluana?

Quando la decisione di porre fine a una vita (e di dare così dignità alla morte) diventa umana

Che bel sorriso aveva Eluana Englaro prima di finire in coma per un incidente stradale, sedici anni fa. Che bello sguardo fiero e vivace. La famiglia e gli amici dicono fosse una ragazza impossibile da convincere a fare qualcosa che non voleva. Che aveva un carattere fortissimo, libero e indomabile: una bomba di vent’anni. Una bomba che un incidente ha disinnescato.
Dal 18 gennaio 1992 Eluana non ha più alcuna attività cerebrale: respira ma non pensa, non vede, non prova emozioni. Il suo corpo non muore perché viene nutrito e idratato attraverso un sondino, ma il suo cervello non funziona più. È come la bella addormentata nel bosco, solo che nessun bacio d’amore potrà mai svegliarla.
La sentenza dei giudici, che dopo sette gradi di giudizio hanno finalmente accolto la richiesta del padre che da dieci anni chiedeva di lasciarla morire con dignità, ha tenuto conto di quello che Eluana aveva detto a proposito di un amico in coma e dello sciatore Leonardo David, nelle stesse condizioni. Che si augurava morissero al più presto, e che non avrebbe mai voluto vivere così.
Voi vorreste?


I medici assicurano che non c’è nessuna possibilità che Eluana esca dal suo stato vegetativo permanente. Che è totalmente assente: non prova dolore né piacere, non prova nessun sentimento, neanche la noia. Non c’è più.
Io assolutamente non vorrei rimanere in questo stato, perché alla morte ci tengo e la penso spesso. La morte è un mio diritto, sacro quanto la vita, e guai a chi me lo tocca. L’eterno riposo, anche senza luce eterna, è il compimento della nostra esistenza. Nasciamo, muoriamo. Passiamo: leggeri o pesanti, ma passiamo. E lasciamo dietro di noi ricordi, rimpianti, l’amore che abbiamo dato e ricevuto. Se non amiamo più, se non pensiamo più, se non sogniamo nemmeno più, non esistiamo.
Ora c’è chi parla, come il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, di «invasione di campo della magistratura». Di «morte burocratica e inevitabile». Di una sentenza che «di fatto introduce in Italia qualcosa di molto simile all’eutanasia, scavalcando tutte le discussioni parlamentari e la ricerca di una posizione condivisa sul testamento biologico». Da dieci anni, da quando dopo sei anni dall’incidente di Eluana, Beppino Englaro ha avuto dai medici l’ennesima conferma che lo stato di sua figlia era permanente, c’è questo padre che si batte in tribunale per quella che Eugenia Roccella chiama un’invasione di campo. Sono tanti dieci anni, per un padre che ha dovuto accettare che la sua unica figlia non ci sia più, che ha dovuto rassegnarsi al fatto che non la vedrà mai più sorridere, né piangere, e nemmeno chiudere gli occhi da sola.
A me questa invasione di campo, che cerca di restituire a una famiglia e all’esistenza di Eluana la dignità della morte, del lutto, del ricordo, sembra così umana. Discutiamo e legiferiamo sul testamento biologico al più presto, ma rispettiamo la volontà di un padre e la vita di Eluana, che senza morte non potrà mai trovare né senso né pace.

Su Vanity Fair 29/2008

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