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Anime e speranze: questo portano gli stranieri.

mercoledì, 21 maggio 2008

Anime e speranze: questo portano gli stranieri

Anche il radicalismo xenofobo si ferma davanti alle badanti. E il senso di colpa non c’entra

Un mio antico amico di Alessandria d’Egitto, malato di diabete, fascinoso avventuriero, vent’anni fa prevedeva per sé una vecchiaia in sedia a rotelle, spinto da una silenziosa ragazza somala, come un personaggio di Corto Maltese. Si chiamava Paolo Tilche, è morto prima di diventare vecchio, ma quell’immagine mi torna in mente ogni volta che incontro, e accade spesso, una ragazza o un ragazzo straniero che accompagnano una persona molto anziana. La loro è un’immagine bellissima. A volte sono seduti su una panchina del parco, altre volte al tavolino di un bar, più spesso stanno facendo pochi passi appena fuori dal portone di casa. Parlano. L’anziano è molto affaticato. Il giovane paziente e rispettoso. Camminano molto piano.
Michele Serra domenica scorsa su Repubblica proponeva di costruire un «monumento alla badante», e suggeriva: «Pensiamolo bello potente, bello retorico, una ragazza china su un vecchio e sulla sua solitudine, qualcosa che possa far esitare anche il naziskin pronto a violarla con la sua tanica nera, anche il politico offuscato che stia per firmare un ordine di rimpatrio».
Anche questo linguaggio non è privo di retorica, ma a me la retorica piace. Con mia madre scherzavamo su quando lei avrebbe avuto bisogno di una badante, io la prendevo in giro e le dicevo che il momento stava per arrivare e lei fingeva di arrabbiarsi. Poi ha deciso, come sempre, di andarsene prima di dovermi dare ragione.
L’immagine della persona anziana insieme allo straniero è commovente per tanti motivi, il meno importante dei quali deve essere il fatto che la persona che sta aiutando l’anziano non siamo noi.
È commovente perché entrano in contatto due culture antiche, spesso più vicine di quanto non s’immagini. L’anziano è saggio e anche lo straniero lo è: la condizione di persona lontana dal suo Paese e dalla famiglia lo porta a dare più importanza di quanto facciamo noi a ciò che veramente conta. L’anziano è fragile e lo è lo straniero, che ha pochi mezzi e tutele. Hanno tanto da raccontarsi: spesso entrambi hanno famiglie lontane e vite avventurose (ogni anziana vita lo è) da raccontarsi.
Giustamente Serra riflette sul fatto che «lo scorcio d’epoca lo ha fatto diventare (il badante)… il simbolo buono della nuova marea migrante, e per ciò stesso il solo, solido argomento che fa esitare il radicalismo xenofobo, che costringe a ragionare gli impauriti, che aiuta a mitigare i provvedimenti più drastici». Ha ragione, e ben venga questo simbolo se serve a ricordarci quanto abbiamo bisogno degli stranieri, ma non solo come badanti, colf, baby-sitter, operai, contadini, addetti alle pulizie e fattorini. Abbiamo bisogno delle loro anime fresche e delle loro speranze.
Non deve essere il senso di colpa per quello che non abbiamo più tempo e voglia di fare a farci rispettare gli stranieri che vivono tra noi. Non torneremo a fare le pulizie di casa o andare a prendere i bambini a scuola se abbiamo un lavoro che preferiamo o dobbiamo fare. Le cose cambiano. E l’arrivo di persone di razze diverse dalla nostra potrebbe essere un cambiamento molto interessante, se solo lo sapessimo gestire.

di Daria Bignardi, tratto da bignardi.style.it
  1. valeria
    maggio 30, 2008 alle 6:15 pm

    federico io ti amo davvero e so ek tu non sia manco ki sono c’e’ non leggerai neanke keutso kommento e tt gli altri ke ti ho skritto negli altri tuoi siti ma io kontinuo a farlo kon al speranza ek prima o poi leggerai kualkosa e penso ek anke se isamo kosi lontani siamo sempre xo’ sotto lo stesso cielo e tu potresti essere kosi’vicino a me………..ti amo ciao il tuo amore

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