La solitudine dei numeri primi è uno di quei libri che escono nel silenzio generale e che poi in breve tempo stravolgono le classifiche di vendita imponendosi nelle prime posizioni.
Un libro che parla dei giovani, ma attenti non è la solita solfa alla Federico Moccia, qui si parla di anoressia, difficoltà nell’accettare l’omossesualità, bullismo e d’incomunicabilità. Già il titolo da solo riesce ad esprimere tutto ciò che può esserci nella mente di un ragazzo: tutti noi, sebbene viviamo in una miriade di altri numeri, siamo sempre un po’ distanti…sempre un po’ soli, come i numeri primi che sono divisibili solo per se stessi o per uno e spuntano sempre più sporadicamente nella progressione numerica.La teoria matematica è degna di un “Dottorato in fisica delle particelle”, Paolo Giordano, infatti, è un scienziato di 25 anni, ma dal 29 gennaio, data di pubblicazione del libro, anche scrittore.
Tu hai letto il libro? Lo consiglieresti?
Riporto un pezzo dell’intervista rilasciata a Vanity Fair…
Come mai a uno scienziato viene in mente di scrivere un romanzo?
“Coltivo la scrittura da tempo, mi aiuta a colmare i vuoti delle giornate. prima, per dieci anni, c’è stata la musica: chitarra. Poi sono arrivato a un punto morto: o facevo il salto o mollavo. E poi avevo il panico da palcoscenico. Col gruppo continuavamo a provare e riprovare procrastinando i concerti. Era diventata una specie di masturbazinoe. in vece con la scritttura nessuna ansia da performance. Anche se mi è stato chiaro fin dal principio che scrivevo per essere pubblicato. Non credo si debba scrivere solo per sé”.
Come sono nati Alice e Mattia?
” Sono la somma di tante persone che ho conosciuto negli anni. Per raccontare la loro adolescenza mi sono ispirato alle storie dei miei studenti: da anni do ripetizioni ai ragazzi del liceo. Dopo un po’ si diventa amici, si chiacchiera”.
Come sono gli adolescenti di oggi?
” L’adolescenza è il momento in cui tutto può ancora succedere, si è aperti al cambiamento, malleabili. Dopo sarà troppo tardi. Ma nei ragazzini di oggi vedo un grande disincanto euna totale mancanza di sogni che c’era anche nella mia generazinoe, ma che in loro è assoluta e desolante. Non sono affatto uno che crede che gli ultimi che hanno sognato e fatto siano i ragazzi del Sessantotto. L’idealizzazione di quell’epoca ha francamente un po’ rotto i coglioni. Anche dopo c’è stato altro. Prendiamo quelli che avevano quindici, sedici anni, nella metà degli anni Ottanta. Almeno si sono divertiti. Adesso non c’è più neanche questo”.
Nel libro si sfiorano temi come l’anoressia, la difficoltà di accettare l’omosessualità, il bullismo, una certa incomunicabilità quasi autistica.
“Problemi che ci sono sempre stati: adesso i bulli finicono su You Tube e sembra un fenomeno nuovo, ma no è così. Racconto di queste cose senza nessun intento “sociale”, non propongo soluzioni a lieto fine. A volte, anche solo specchiarsi nei disagi può bastare”.
Il fatto che lei sia un fisico condiziona in qualche modo la sua scrittura?
“Credo che la mia formazione scientifica porti pulizia nel mio modo di scrivere. Non amo le sovrastrutture e non mi permetto di fare sfoggio della bella scrittura fine a se stessa, pratica che considero un inganno nei confronti del lettore. Per lo stesso motivo mi avvicino con una sorta di pudore a certe emozioni enormi che non posso comprendere fino in fondo, semplicemente perché non le ho vissute. Per raccontare il dramma della madre di Mattia e i suoi sentimenti ambivalenti nei confronti del figlio ho tolto anziché aggiungere”
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